L’ora della preghiera

È notte ad Istambul. Il nostro taxi riesce appena a passare tra le minuscole stradine del cuore di Sultanhamet.
Poche persone in strada, qualche luce, molti gatti. Un ristorante sta per chiudere, scorgo il nostro piccolo hotel che si confonde tra le case. “Abbiamo scelto bene dunque” – penso.
L’incantesimo del silenzio intorno a noi viene d’improvviso spezzato dal canto del muezzin: è l’ora della preghiera. Quella sarà la prima di infinite volte in cui resteremo immobili, come congelati, al cospetto di quel suono. Subentrerà in noi un sentimento di profondo rispetto, quasi soggezione, misto ad una curiosità indomabile. Da quel momento in poi sarà impossibile per me e L. resistere al fascino della preghiera che, come un soffio di vento, riecheggia ovunque attraverso gli altoparlanti.
Durante tutto il nostro viaggio, all’ora della preghiera avremmo sempre fatto in modo di trovarci in luoghi densi di significato, luoghi in cui poter osservare con discrezione, comprendere e lasciarci contaminare da una devozione così determinata.
Che enorme regalo è stato vivere la Turchia durante il Ramadan, sentire che c’era qualcosa di diverso pur non essendoci mai stati prima, avvertire delle forti vibrazioni venire fuori al momento dell’Iftar – la preghiera della sera che rompe il digiuno. La prima volta è stata proprio nei giardini antistanti la Moschea di Santa Sofia: la pioggia non ha fermato famiglie e gruppi di amici dallo stringersi sotto gli alberi frondosi per consumare finalmente il loro pasto, tra sorrisi e canti. E non ha fermato noi, che pure abbiamo metaforicamente consumato quel pasto, terminando la giornata bagnati ma con l’anima satolla.

Chi ricorderò più di tutti però è I.
Quando siamo scesi da quel taxi e abbiamo varcato la soglia dell’hotel, il banco della reception era vuoto. Lui era lì, a terra sul suo musallah (o sajjāda) e recitava i versi. Non si è fermato, non ci ha rivolto nemmeno uno sguardo furtivo con la coda dell’occhio; credo non abbia nemmeno percepito subito la nostra presenza, oppure semplicemente non gli è importato. Ho subito ammirato e al tempo stesso invidiato il suo senso di fede, non lo avrei disturbato nemmeno se fosse rimasto lì tutta la notte.
I. ci ha parlato tanto della sua religione nei giorni successivi, del suo rapporto personale con il culto islamico e delle false credenze che troppo spesso, in Paesi come il nostro, dipingono una comunità musulmana omologata nell’estremismo.
È più giovane di noi, studia ingegneria meccanica all’università e, a parte qualche cugino o parente di secondo grado, è solo ad Istambul. I suoi genitori, sua sorella e suo fratello sono emigrati in Olanda in cerca di maggiore fortuna, “e ce l’hanno fatta” – ci dice orgoglioso. Capisco in fretta che quel lavoro gli serve per pagarsi gli studi e mantenersi, L. gli chiede allora cosa ci fa alla reception di un piccolo albergo del quartiere antico della città, durante il turno di notte. “Come mai non hai pensato di raggiungere la tua famiglia, visto che parli anche così bene inglese? – gli domanda – In Olanda ci sono ottime università e le paghe sono più alte, dividendo i costi con la tua famiglia per un po’, potresti migliorare la tua situazione”.
Quando aggiungiamo di essere expat che hanno lasciato l’Italia da più di sei anni è quasi sbalordito e diventiamo oggetto di una raffica di domande: “Come fate, non vi manca il vostro Paese? Pensate mai di tornare? Ma quindi non mangiate più cibo italiano?”.
Quante risate, chiacchierate e riflessioni nostalgiche abbiamo fato con I. Rifiutato ciò che ci veniva offerto se lui non poteva mangiare, banchettato con frutta, tè e biscotti quando finalmente poteva essere dei nostri.

I. in Olanda non ci andrà, perché teme di abituarsi ad un cibo diverso, lo ha provato e sa che potrebbe piacergli – dice; di dimenticare poco alla volta le tradizioni del suo Paese, la sua cultura; ha paura di perdere la sua Mecca. L’idea di non avere una moschea abbastanza vicina o di non poter pregare liberamente lo angoscia. “Se mi innamoro di una ragazza olandese poi, non ne parliamo. Magari dimentico anche la mia lingua!”
Poi aggiunge: “Non condivido molte scelte del mio governo, ma se andiamo via tutti, chi penserà alla Turchia del futuro? Al mio Paese servono ingegneri e io voglio esserci quando si presenterà l’occasione, perché infondo a me non manca niente, la Turchia mi ha dato quello di cui ho bisogno”.
I. in Olanda non ci andrà – non per ora – perché teme di tradire se stesso, perdere la sua identità di turco musulmano di cui è estremamente fiero e senza la quale si sentirebbe smarrito.
Io invece credo che quel senso di appartenenza alla sua terra e alla sua cultura così forte, sia proprio ciò che gli permetterà di scoprire mondi nuovi un giorno – anche se lui ancora non lo sa. Perché avrà sempre un luogo sicuro in cui tornare, accanto al Bosforo o dentro di sé. E lo credo perché, proprio quando avevo la sua età, io ho fatto mia questa rivelazione.
L’incontro con I. ho dovuto cristallizzarlo nelle parole perché quel ragazzo che passa le notti alla reception di un piccolo hotel di Sultanhamet per pagarsi gli studi in ingegneria, quel ragazzo che ha scelto la strada più difficile, è una delle persone più coraggiose incontrate finora. E so che molti di noi avranno bisogno di ripensare a lui di tanto in tanto, e al suo imperturbabile momento della preghiera.
La Pura Vida
Lascia un commento